Un linguaggio – una visione della vita. E un ponte verso l’adattamento

Adattarsi a vivere all’estero può non essere un processo facile. La sensazione di essere pesci fuor d’acqua e l’ansia che deriva dalla perdita di tutto ciò che familiare è esperienza tanto comune da essere oggetto di studio e ricerca con la denominazione di “shock culturale”.a13

È dimostrato che apprendere la lingua del Paese che accoglie riduce il livello di stress e gli effetti dello shock. Di fatto, quando si inizia a parlare con i locali nella loro lingua si crea con loro una connessione molto più forte, senza contare che lo sforzo viene il più delle volte apprezzato. L’esperienza di “non riuscire a spiegarsi” e di “non riuscire a comprendere” porta a sentimenti di isolamento ed estraneità, per non parlare della fine che fa il senso di competenza personale se tutto ciò che possiamo fare è balbettare qualche parola incoerente. In generale possiamo dire che il vantaggio che ricaviamo dalla conoscenza della lingua ha a che fare con la possibilità di un cambio di ruolo, da spettatori a partecipi di ciò che ci circonda.

Anche imparare qualcosa della cultura del Paese ospitante rende generalmente più facile adattarsi alle differenze. E c’è una buona notizia, lingua e cultura sono indissolubilmente legate. Il linguaggio contiene infatti una descrizione del mondo e come tale esprime la cultura della comunità. Ciascuna lingua ha forme e modi particolari che, se da una parte trovano difficile corrispondenza in un’altra lingua, dall’altra rappresentano i suoi tratti più caratteristici e distintivi. Sono in un certo senso la sua anima e la sua personalità. Imparare una lingua non è semplicemente apprendere il modo di parlarla e di scriverla ma tentare invece di comprendere e assimilare proprio quella personalità e quell’anima.

Integriamo per sentirci integrati

Ognuno si adatta al nuovo Paese e alla sua cultura in modo diverso, con più o meno flessibilità e disponibilità ad affrontare ambiguità e differenze fra la terra di origine e quella di approdo. Generalmente chi non interagisce con la diversità culturale è più portato ad analizzare il “diverso da sé” attraverso le rigide categorie mentali della propria cultura, producendo così un’immagine dell’altro impregnata di pregiudizi e stereotipi. Lo stereotipo non si fonda sull’esperienza diretta ma applica valori e convinzioni personali a ciò che si sta prendendo in considerazione, risaltando le differenze senza tenere conto del background che le ha create. Lo stereotipo veicola giudizi, spesso di valore (migliore-peggiore, ad esempio), e allontana la curiosità verso ciò che nuovo e diverso. Sentendosi circondati da una massa di stranieri e rifiutandoli istintivamente il passo verso una sorta di “autoemarginazione” è breve.

Come imparare?

Se la funzione di una lingua è quella di comunicare, imparare a parlarla non significa acquisire un insieme di informazioni bensì acquisire le competenze per poterle comunicare. Partendo da questa premessa è quindi chiaro che la lingua ha più a che fare con la vita che con i libri di grammatica. Ed è proprio questo il punto in cui molti italiani sbattono il naso, e inserisco me stessa in questa moltitudine. Il motivo per cui ci ostiniamo a studiare le lingue allo stesso modo in cui studiamo ad esempio la geografia è probabilmente dovuto al tipo di didattica che la scuola italiana propone: la lingua straniera come serie di nozioni grammaticali da immagazzinare anziché come strumento di vita e di relazioni. Se provassimo invece ad “imparare facendo”? Se parlare una lingua ci servirà per poter andare in mezzo alla gente è forse più utile alzare la testa dai manuali teorici e renderla viva, praticarla.

Non aspettiamo di conoscere perfettamente la grammatica per iniziare a farlo. Un madrelingua parla correttamente perché ha familiarità con le espressioni non con il manuale di grammatica. È il contatto con la lingua parlata nel mondo vero che ci permetterà di maneggiarla in modo fluido e non meccanico. Nessun libro ci insegna ad esempio quelle routine linguistiche che aprono o chiudono un discorso, quelle formule riempitive di cui ci si serve per le più svariate ragioni, ad esempio per prendere tempo in una conversazione. Se poi costruiamo la pronuncia sulla parola scritta non dovremmo poi sorprenderci di non essere in grado di parlimagesare bene né di comprendere facilmente quello che dicono gli altri, dal momento che ci aspetteremo suoni diversi. I suoni… imitiamoli! Per un qualche strano motivo gli italiani associano spesso la corretta intonazione nella pronuncia dei vocaboli stranieri ad una sorta di snobismo.

Cerchiamo materiale creato “da nativi per nativi” piuttosto che metterci nelle mani di testi troppo semplificati e pensati solo per insegnare le regole di grammatica agli stranieri. Questi ultimi possono paradossalmente complicare la comprensione: a forza di semplificare si finisce per non avere più un testo ma una somma di frasi. La conseguenza è che se si studia in testi “non veri” ci si esprime per frasi e spesso finisce che ci si limita a tradurre i pensieri dalla lingua materna con parole della lingua straniera, mantenendo la sintassi della lingua di origine. Trovo che il materiale creato da nativi per nativi si riveli anche più stimolante e piacevole offrendo la possibilità di indirizzarci verso cose che ci interessano: film, traduzioni in lingua di libri che abbiamo apprezzato, canzoni …

È risaputo che variare modi, tempi e forme di apprendimento incrementa i risultati. Perché per esempio non provare ad usare la lingua anche senza avere altre persone intorno che la parlano? Facendo una passeggiata possiamo nominare le cose che vediamo, descrivere le scene che abbiamo davanti agli occhi. Possiamo giocare di fantasia e immaginarci in contesti diversi: sarei in grado di comunicare con il commesso al negozio? E al ristorante? E raccontare quali sono le mie passioni? Quali sono i termini che mi mancano?

Ma la cosa più importante è esorcizzare la paura di sbagliare. Non si impara una lingua quando si teme il giudizio. Non concedersi la possibilità di comunicare liberamente significa toglierci la opportunità di crescere come parlanti attivi.

Flaubert diceva: “Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita”.

Buona esplorazione!

P.S.:

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